Documenti, archivi digitali, metafonti
[v. 1.0: settembre 2000]

di Andrea Zorzi

Si pubblica - con il consenso degli organizzatori, e senza alcuna modifica (se non l'attivazione dei links agli url citati, e controllati il 26 settembre 2000) - il testo della relazione tenuta il 19 settembre 2000 al convegno I Medici in rete. Ricerca e progettualità scientifica a proposito dell'archivio Mediceo avanti il Principato, organizzato dall'Archivio di Stato di Firenze, dall'Istituto Nazionale di studi sul Rinascimento e dall'Harvard University Center for Renaissance Studies at Villa I Tatti (Firenze, 18-19 settembre 2000). Una versione successiva, con ulteriori riferimenti weblio e bibliografici, sarà pubblicata negli atti.
I contenuti di questo testo sono stati presentati e discussi anche nell'ambito del workshop Archivi storici e archivi digitali tra ricerca e comunicazione, organizzato dal Dipartimento di Studi storici e geografici dell'Università di Firenze in collaborazione con l’Archivio di Stato di Firenze (Firenze, 20-21 ottobre 2000).

 

 

1. A differenza degli altri colleghi relatori – che, come me, studiano il Quattrocento fiorentino – io sono stato chiamato a parlare di qualcosa di assolutamente diverso: mi auguro pertinente, ma certamente qualcosa di nuovo e in certa misura ancora sfuggente e, per molti, forse, ancora sfuocato. Francesca Klein ha illustrato il progetto di digitalizzazione del Mediceo avanti il Principato (MAP) e, insieme a Irene Cotta, mi ha chiesto di cercare di contestualizzare questa iniziativa nell’ambito di altre, analoghe o simili, che sono state avviate in questi ultimi anni in seguito allo sviluppo delle nuove tecnologie digitali e delle reti di telecomunicazione.

Il titolo che ho dato a questa mia breve ricognizione intende suggerire lo slittamento di piani cui il processo in atto sta conducendo anche il mondo della ricerca storica e degli archivi: al pari degli studi e dei testi, infatti, anche i documenti (intendendo quelli, scritti, conservati per lo più negli archivi) sono oggetto di un crescente interesse da parte degli storici, dei diplomatisti e degli archivisti impegnati nelle applicazioni informatiche e telematiche; ciò cui stiamo assistendo è una sostanziale tendenza – eterogenea e ancora, molto spesso, metodologicamente incerta – alla creazione, da parte di una pluralità di soggetti diversi, di archivi digitali; questi sviluppi non appaiono neutri, ma latori di conseguenze non tutte auspicabili e, comunque, suscettibili di approfondimenti e messe in discussione, dal momento che le trasformazioni in atto sembrano prefigurare complessi mutamenti delle pratiche e dei linguaggi della ricerca, che vertono ormai sulla creazione di quelle che si cominciano a chiamare ‘metafonti’.

Di fronte a questi sviluppi credo che in ciascuno di noi conviva una atteggiamento contraddittorio: da un lato, la diffidenza e la resistenza verso novità che appaiono minacciare la tradizione (e la irresistibile tentazione di relegarle al rango di mode passeggere, per potersene poi disinteressare); dall’altro, la curiosità per la possibile sperimentazione di nuovi oggetti e di nuovi metodi, che invece, da sempre, costituiscono i presupposti per il progredire della ricerca. Molto spesso ciò conduce a un generico chiacchiericcio sulle sorti meravigliose o sui pericoli mortali della cosiddetta "rivoluzione digitale". E non è mia intenzione, ovviamente, in questa sede contribuire ad alimentare a un dibattito che ha troppo spesso la dimensione vaga di una fumosa teoreticità.

Al contrario, credo che non si possa differire molto oltre l’avvio di una serena e generale riflessione sulla questione che credo sia irreversibilmente in gioco. Vale a dire, il dato di fatto che le discipline storiche – al pari delle altre del campo umanistico – si trovano ormai di fronte al problema della traduzione delle proprie tradizioni disciplinari nelle nuove forme di comunicazione e nei nuovi linguaggi. In gioco è la tutela e la conservazione del patrimonio di saperi e di metodi del proprio "laboratorio" che, per lo storico – credo sia bene ricordarlo –, sono l’esegesi del documento, la varietà dei metodi di indagine, il rapporto tra fonti e racconto storico, l’apertura multidisciplinare, il vaglio critico dei risultati, etc.

  • Su questi aspetti, cfr. Il documento immateriale. Ricerca storica e nuovi linguaggi, a cura di G. Abbattista e A. Zorzi, Dossier de "L'Indice", maggio 2000: ora anche all'url <http://lastoria.unipv.it/dossier/index.htm>; e A. Zorzi, Millennio digitale. I medievisti e l'internet alle soglie del 2000,   "“Memoria e ricerca. Rivista di storia contemporanea”, 5 (gennaio-giugno 2000), pp. 199-211: una v. 2.0 ora anche all'url <http://www.storia.unifi.it/_PIM/AIM/millennio.htm>.

La capacità di traduzione di tale patrimonio di saperi e di tecniche resterà però caduca e imperfetta sino a quando non si sarà avviata una riflessione critica sull’uso delle nuove tecnologie applicate agli studi storici; riflessione che, a tutt’oggi, non si è ancora sviluppata se non per quanto riguarda, soprattutto, gli aspetti tecnici (per lo più legati ai software), dunque per un orizzonte tematico specifico e, tutto sommato, estraneo alle tradizioni. Qualcosa, peraltro, si sta muovendo su un piano più specificamente disciplinare – e ne approfitto per segnalare, per esempio, che a fine giugno del prossimo anno terremo a Firenze, presso il Dipartimento di studi storici e geografici dell’Ateneo, il primo incontro nazionale dei medievisti dedicato ai mutamenti che investono i nostri studi – ma siamo ancora nella condizione di non poterci riferire che a sporadici contributi storiografici sul tema.

Le considerazioni che oggi verrò svolgendo si propongono dunque come modesto contributo alla riflessione collettiva, proprio a partire dalla digitalizzazione del MAP che costituisce – va detto subito – un evento di assoluto rilievo per l’autorevolezza del progetto e per la sua eccezionalità in un panorama ancora povero di realizzazioni scientifiche.


2. Se riflettiamo, infatti, sulla disponibilità di fonti e documenti digitalizzati e, più specificamente, on line, credo sia opportuno fare una serie di distinzioni preliminari che la natura massmediologica dell’internet tende invece ad appiattire.

Non vi è dubbio che, a un primo sguardo, l’offerta possa apparire già abbastanza ricca e, soprattutto, in forte crescita. Ma se si cerca di selezionare i materiali disponibili, si può prendere atto facilmente che ci troviamo di fronte a pubblicazioni di carattere e finalità disparate. Prevalgono in larga misura quelle che possiamo considerare delle mere trascrizioni, condotte per lo più a scopo didattico quando non per uso amatoriale. Il caso più evidente è quello dei siti accademici americani, che spesso abbondano di digitalizzazioni di cosiddette "sources", con una caratteristica però molto chiara: tranne che in rari casi, i documenti sono resi disponibili direttamente in traduzione in inglese. Per fare un solo esempio, si ha l’edizione della Cronaca di Giovanni Villani, ma, appunto, in inglese. Prevale, cioè, lo scopo didattico di tali pubblicazioni. Benché, spesso, l’ambiguità non sia chiarita dai curatori di tali trascrizioni. Con conseguenze ed equivoci immaginabili sul piano dell’utilizzazione di tali documenti.

Se invece ci spostiamo sul piano delle edizioni critiche o comunque delle trascrizioni documentarie ad uso di ricerca il discorso cambia. Il numero di documenti disponibili on line si riduce drasticamente. Prevale, in questo caso, l’idea di filtrare l’accesso alle banche dati: per lo più si procede alla pubblicazione in cd-rom di corpi testuali che spesso sono il frutto di anni di lavoro individuale o di investimenti istituzionali. Enti, per esempio, come i Monumenta Germaniae Historica o l'Ecole Française de Rome, ma anche singoli studiosi (come, per esempio, Benjamin G. Kohl, che ha pubblicato i documenti del senato veneziano dal 1335 al 1400) sono impegnati in edizioni di fonti condotte col medesimo rigore di quelle date tradizionalmente alle stampe. Nel caso degli MGH si tratta anzi di una semplice riedizione elettronica delle fonti, condotta, peraltro, seguendo un discutibile impianto antologico (che denuncia gli intenti commerciali dell’operazione editoriale).

Rare sono, comunque, le edizioni critiche di documenti accessibili liberamente sul web.

Farò qualche esempio, tra i migliori. Heinz-Jürgen Beyer dell‘Universität des Saarlandes, per esempio, sta editando la collezione di lettere di origine lombarda (anni 1132-1137), nell’ambito dei Monumenta Germaniae Historica (per la serie "Briefe der deutschen Kaiserzeit"). Proprio per questo è costretto a privare l’edizione on line delle note critiche, ma, nondimeno, l’impresa è rimarchevole perché accompagna alle trascrizioni il corredo di informazioni sulla tradizione dei testi (80 lettere in latino), sul loro contenuto, struttura, provenienza e autore, sui modi della redazione del testo, e vari indici (abbreviazioni, initia, bibliografia, fonti, sigle etc.).

Di altro spessore è invece l’edizione "on the World-Wide-Web" delle carte anglosassoni (le Anglo-Saxon Charters) promossa dalla British Academy e dalla Royal Historical Society, che si configura come il prolungamento digitale di una impegnativa iniziativa avviata a stampa negli anni sessanta e che ora mette a disposizione in rete le trascrizioni dei documenti inediti identificati in anni recenti e in corso di pubblicazione, accanto a vari materiali di supporto: cronologie, cronotassi, formulari, regesti, bibliografie, profili di archivi, saggi e altri materiali miscellanei.

L’esperienza maggiore è però italiana. Promossa da Michele Ansani, diplomatista dell’Università di Pavia, che ha messo on line il Codice diplomatico bresciano (secc. VIII-XII), come tassello sperimentale di un’iniziativa in corso d’opera che si annuncia come un possibile modello di diplomatica digitale: il Codice Diplomatico digitale della Lombardia medievale (secoli VIII-XII), un progetto finanziato dalla Regione Lombardia e varie fondazioni e che consorzia tutte le università lombarde. La rilevanza dell’iniziativa, al di là della sua imponenza e ricaduta sugli studi (entro alcuni anni saranno messe liberamente a disposizione degli studiosi le edizioni e le riproduzioni di tutte le pergamene di area lombarda fino al 1200), consiste nel rigore scientifico che la ispira. L’edizione a stampa è in questo caso succedanea di quella digitale, che è il fine e il mezzo dell’iniziativa: un’edizione critica integrale che si propone la traduzione in forma digitale delle ecdotiche e dei saperi canonici della scienza diplomatistica e, soprattutto, nel nome di una "sperimentazione sostenibile", di un impiego delle tecnologie digitali (compresi i più aggiornati linguaggi di codifica testuale) in funzione "di un’operosità orientata alla documentazione". Vale a dire un approccio – niente affatto scontato nell’attuale dilagare di tecnicismi, e proprio per questo da proporre come modello – che non si concentra sui software ma sulla salvaguardia e sulla ‘traduzione’ delle tecniche di edizione documentaria.

Negli ultimi due casi (e soprattutto nell’ultimo) siamo di fronte a sperimentazioni consapevoli delle possibilità che la pubblicazione sul web può offrire rispetto a quelle a stampa; soprattutto, si tratta di edizioni critiche che mantengono salvo il patrimonio di tecniche e metodi, e il rigore delle discipline diplomatistiche. In questi casi, cioè, l’innovazione non minaccia le tradizioni scientifiche ma, anzi, offre opzioni ulteriori: una maggiore rapidità di pubblicazione; la facoltà di contestualizzare i documenti in un più ampio campo di strumenti di indagine e di ricerca (repertori, atlanti, bibliografie, altre banche dati, etc.); la possibilità di operare indicizzazioni più ricche e raffinate (attraverso lo sviluppo di linguaggi di codifica testuale sempre più evoluti: da ultimo XML, l’extensive markup language, che consente indicizzazioni semantiche oltre che testuali).


3. Gli esempi fatti finora appartengono pienamente al canone delle edizioni critiche e documentarie. Cosa ben diversa sono invece le riproduzioni digitali dei documenti. La distinzione può apparire ovvia, nella sua banalità concettuale, ma – come vedremo – non è così scontata, data la natura ibrida e multimediale delle pubblicazioni digitali.

Le biblioteche e gli archivi sono impegnati in maniera crescente in progetti di digitalizzazione in formato immagine dei documenti che conservano. Le finalità – che sono già emerse anche nel corso di queste giornate – sono in primo luogo quelle della migliore tutela e della valorizzazione dei propri patrimoni. La sostituzione degli originali tramite immagini digitali per una consultazione di qualità evita, innanzitutto, il ricorso al materiale e la sua usura; rispetto alla riproduzione tramite microfilm, le riproduzioni digitali risultano inoltre di gestione più rapida, di maggiore capienza e di migliore fedeltà; si rende possibile infine una più articolata operazione di contestualizzazione dell’unità archivistica che attiene al vincolo storico tra ente produttore e singolo documento e che è propria della scienza archivistica.

Peraltro, finora, sono le biblioteche ad avere lanciato grandi progetti di digitalizzzione, a livello nazionale e internazionale. Ricorderò qui quello della Bibliotheca Universalis, sponsorizzato addirittura dal G7 (G7 Project "Electronic libraries"), le cui realizzazioni più avanzate e migliori appaiono, al momento, quelle condotte dalla Bibliothèque nationale de France e dalla Library of Congress, rispettivamente, con i programmi Gallica. Images et textes du dix-neuvième siècle francophone e American memory. Si tratta di progetti di digitalizzazione di documenti, libri, immagini, testi, mappe, e altri supporti la cui finalità, prima che scientifica, è di alta divulgazione delle cosiddette eredità culturali. Lo scopo dichiarato è quello di favorire la cosiddetta "società aperta". Nondimeno, per gli studiosi, si cominciano a dischiudere banche dati e risorse di accesso immediato: si può andare da riproduzioni di collane di fonti, di riviste, libri e monografie, fino alla piena disponibilità di riproduzioni in immagine dei documenti, nella loro varietà tipologica e morfologica.

È anche il caso dello European Manuscript Server Initiative, un progetto cioè (finanziato, per la parte ‘pilota’, dalla Unione europea) non avviato da enti di conservazione ma dall’Università di Bergen (in Norvegia), e diretto da Manfred Thaller, uno dei pionieri dell’informatica applicata alle discipline storiche. Anch’esso si propone di offrire, attraverso le tecnologie multimediali, a un ampio pubblico alcuni manoscritti dell’età medievale e moderna delle principali biblioteche europee. Fermo alla sua fase dimostrativa, esso offre l’accesso alle riproduzioni di manoscritti delle biblioteche italiane Classense di Ravenna, Malatestiana di Cesena e dell’Archiginnasio di Bologna, attraverso un indice semantico fondato sul già citato linguaggio di codifica XML.

Ma anche in queste grandi operazioni culturali – nelle quali il nostro paese pur figura ma in posizioni di coda, non avendo ancora realizzato alcun progetto di respiro analogo – la messa a disposizione dei documenti è comunque rapsodica: soprattutto, rende evidente ed accentua il carattere puntiforme e tendenzialmente decontestualizzato che queste fonti assumono nel momento in cui vengono consultate. Si tratta, in definitiva, di iniziative che puntano a valorizzazioni di memorie locali: la scelta dei documenti da digitalizzare, anche per i costi che comporta, viene infatti quasi sempre effettuata in base a criteri non di tipo scientifico, ma intesi a soddisfare la coltivazione della memoria (che è un fenomeno in forte crescita, come testimonia anche la trasformazione dell’utenza che frequenta gli archivi) più che a favorire il lavoro di ricerca storica (che rimane, in ogni caso, una dimensione specialistica).

La tendenza è particolarmente evidente se si prendono in considerazione le innumerevoli iniziative di digitalizzazione dei cosiddetti tesori dei rispettivi istituti di conservazione. Qualche esempio: la Magna Carta pubblicata dalla British Library; il Concordato di Worms messo sul sito dell’Archivio segreto vaticano; i documenti catalani della Bancroft Library di Berkeley; e il Kalendrier des bergères, un raro incunabulo (del 1499) conservato dalla Biblioteca dell’Universitad Complutense di Madrid. Ma, come detto, si tratta di iniziative episodiche che traducono sul web la vecchia idea delle mostre dei tesori patrimoniali, delle memorie storiche, per un grande pubblico come si suppone essere quello della rete. Basta accedere al sito di una qualsiasi biblioteca storica per incontrare la proliferazione di iniziative di questo genere. Ma siamo lontani, in ogni caso, dalla riproduzione documentaria a fini di studio.


4. Sono gli archivi, semmai, a offrire le esperienze più significative in tal senso. I progetti di rete più avanzati appaiono, al momento, quelli portati avanti in Germania e in Italia.

Nel nostro paese, l’Archivio di Stato di Firenze è sicuramente attualmente all’avanguardia nell’investimento in progetti di digitalizzazione documentaria, l’istituto, cioè, che col Map on line ha segnato per primo una discontinuità nei modi di tutela e di comunicazione del patrimonio antico.

Vanno poi rammentati i progetti in corso (ma non ancora pubblicati on line) nell’ambito della cornice Imago – che punta a tutelare i fondi esposti ai maggiori rischi per la frequenza delle consultazioni – presso gli Archivi di Stato di Lucca (digitalizzazione, come e a Firenze, del fondo Diplomatico), di Perugia (i catasti medievali), di Torino (il fondo Carte topografiche e disegni: già on line), e di Cagliari, Milano, Siena e Venezia (fondi cartografici).

  • Un primo punto della situazione è in Isabella Ricci Massabò, L'archivistica e la rete, in Il documento immateriale. Ricerca storica e nuovi linguaggi, a cura di G. Abbattista e A. Zorzi, <http://lastoria.unipv.it/dossier/massabo.htm>.

Anche l’Archivio di Stato di Prato sta avviando la digitalizzazione dell'archivio Datini; e così l'Opera del Duomo di Firenze. Da rammentare sono anche, per l’età contemporanea, le digitalizzazioni degli archivi storici dell’Istituto Luce o della RAI

Delle iniziative tedesche segnalerò invece due esperienze che appaiono le più interessanti. La prima è quella promossa dallo Stadtarchiv di Duderstadt (un piccolo centro presso Göttingen) e dal Max-Planck-Institut für Geschichte allo scopo di digitalizzare l’intera serie dei registri conservati fino al 1650 e di renderli disponibili alla consultazione sia su cd-rom sia sull’internet. La qualità delle riproduzioni, per effetto delle compressioni delle immagini, non è delle migliori, ma la messa a disposizione della totalità dei fondi e le facoltà di accesso fanno di questa esperienza un piccolo modello. Alle fonti si può accedere in due modi: da un lato, attraverso gli inventari analitici; dall’altro, attraverso una maschera di interrogazione che restituisce il regesto, la data e la segnatura del documento cercato e un link all’inventario analitico. Correda l’archivio una serie di materiali di ricerca.

La seconda esperienza è un progetto di Digitale Koversionsformen della Landesarchivdirektion del Baden-Württemberg che ha per il momento prodotto alcuni prototipi di digitalizzazione di una varietà di tipologie di documenti: dai documenti di età medievale ai sigilli, dagli instrumenta notarili alle carte, dai giornali alle fotografie. L’originalità del progetto è quello di offrire la digitalizzazione di corpi tematici: dalla censura durante la rivoluzione del 1848/49, alle carte della fondazione del monastero di Gottesaue, alle diffamazioni antisemite sotto il nazismo, etc.


5. Ci troviamo dunque, di fronte, oramai alla realizzazione di veri e propri archivi digitali. A esserne promotori sono ovviamente, in primo luogo, – come abbiamo visto – gli istituti di conservazione. Ma la novità determinata dall’internet è che la costruzione di questi archivi può essere operata anche da altri soggetti, e principalmente da singoli o gruppi di studiosi. Si tratta, come è possibile intuire, di uno slittamento di piani, o (se si vuole) di un’invasione di campo, dalle conseguenze non indifferenti.

Certamente – su un piano teorico – le finalità di partenza sono differenti. Nel primo caso, gli archivi operano secondo finalità istituzionali di migliore tutela del proprio patrimonio e di sviluppo di nuovi servizi per l’utenza (che, per esempio, nel caso dell’Archivio di Stato di Firenze, privilegiano la digitalizzazione dei fondi dell’età repubblicana e sono strategicamente rivolti a fornire nuove possibilità di accesso, in primo luogo, agli studiosi per favorire e incentivare – come dimostra questo stesso convegno – la ricerca scientifica). Nel caso degli studiosi che elaborano (in proprio o in coordinamento con gli stessi istituti di conservazione) archivi digitali, le finalità sono legate immediatamente a progetti di ricerca.

Ciononostante, le diverse finalità finiscono spesso con l’intrecciarsi e col dare a luogo a oggetti digitali nuovi e, talora, ibridi. Farò qualche esempio.

Un diplomatista dell’Università di Torino, Antonio Olivieri, per esempio, ha curato un’edizione critica con digitalizzazione integrale del "Liber Matriculae". Il Libro della Matricola dei notai di Vercelli, conservato presso l’Archivio storico del Comune di Vercelli, disponibile sia in Cd-rom sia on line nella rivista digitale "Scrineum". Non ci troviamo di fronte, in questo caso, alla mera edizione critica ma un vero e proprio archivio digitale che abbina al testo dell’edizione l’immagine del documento originale.

Più articolato è il caso dell’edizione dei diplomi imperiali di Enrico IV per Spira curata da Bernhard Assmann dell’Università di Colonia: il testo di riferimento è quello degli MGH, ma privato di ogni apparato critico. L’editore ha puntato in questo caso, attraverso l’impianto del linguaggio di codifica più avanzato (il citato XML), a indicizzare il testo nelle sue componenti formali di tipo diplomatistico, in modo da rendere interrogabile l’intero corpus documentario nelle sue diverse partizioni. Di ogni documento è inoltre fornita la riproduzione digitale (gli originali appartengono all’Archivio di Karlsruhe), il regesto e una presentazione che sfrutta l’impaginato web per contrassegnare le formule diplomatistiche, distinguere i documenti precedenti, i diplomi falsificati e i falsi.

Ancora più complessa è l’esercitazione documentaria condotta da Karsten Uhde nell’ambito della Scuola di archivistica di Marburg, intorno all’inventario dei documenti di re Venceslao (1376-1400/1419) conservati nell’Archivio di Stato di Marburg: ai regesti sono affiancate una serie di informazioni aggiuntive (in particolare degli studi sull’organizzazione della cancelleria di Venceslao, indici, descrizioni e immagini dei sigilli) e alcune (poche) immagini digitali. L’attivazione di numerosissimi link ipertestuali rende inoltre possibile l’apertura di finestre che offrono informazioni integrative senza perdere di vista la base dell’inventario.

L’ultimo esempio è relativo infine a quello che si può considerare come il progetto che ha dato finora anche alcuni primi cospicui risultati, le Fontes Civitatis Ratisponensis, un ambizioso progetto coordinato da Ingo Kropac dell’Università di Graz nell’ambito di una ricerca, finanziata dal Fondo austriaco per la promozione della ricerca scientifica, su "Integrierte Computergestützte Edition" ("Edizione computerizzata integrata"). L’obiettivo è quello di pubblicare sul web e su cd-rom tutti i tipi di fonti per la storia di Regensburg – dalla riproduzione dell’originale, alla trascrizione ed edizione critica, al regesto – valorizzandole con l’integrazione di numerose altre informazioni e una serie di criteri di interrogazione.


6. Gli esempi che ho addotto sono, volutamente, iniziative di tipo diverso (edizioni diplomatistiche, inventari archivistici, pubblicazioni integrali di fonti) che però, sul web, appaiono risolversi tutte nella costituzione di archivi digitali gravitanti intorno alla riproduzione di fonti, come è il caso, anche dei precedenti esempi tedeschi (Duderstadt e Baden- Württemberg) e del nostro MAP on line. In altre parole, l’edizione digitale tende ad annullare le partizioni disciplinari canoniche e le rigidità delle finalità istituzionali, stemperandole in una nuova dimensione editoriale che, pur originando da soggetti, finalità e tradizioni metodologiche e disciplinari diverse, tende ad assumere caratteristiche proprie. Caratteristiche che derivano in primo luogo – occorre sottolinearlo – dalla natura ibrida della scrittura digitale (multimediale, fluida, contestuale, generativa).

Quando, cioè, gli archivisti si preoccupano di contestualizzare le riproduzioni documentarie in una griglia informativa che lega il singolo documento al complesso archivistico di riferimento; quando i diplomatisti affiancano agli apparati critici le riproduzioni digitali dei documenti e altri strumenti di analisi e di informazione; quando i ricercatori integrano i risultati delle proprie ricerche (studi, testi, bibliografie, e altri apparati) con analoghe riproduzioni digitali - è evidente che i vari archivi digitali così prodotti, pur diversi negli scopi iniziali, tendono a configurarsi sul web come dei veri e propri documenti immateriali a se stanti che incidono sui modi della ricerca.

Si può – e forse si dovrebbe – cominciare a parlare di metafonti. Il termine è stato usato per la prima volta nel 1992 da un medievista francese, Jean-Philippe Genet (Source, Métasource, Texte, Histoire, in Storia & multimedia, a cura di F. Bocchi e P. Denley, Bologna, 1994, pp. 3-17), in relazione all’insieme complesso di testi e di banche dati digitali di cui ciascun studioso ormai potenzialmente dispone lavorando anche solo sul proprio computer. Da allora nessuno ha ripreso questa nozione, forse anche perché essa si riferiva alla mera dimensione informatica delle banche digitali (Genet scriveva infatti prima della creazione del web e dell’impetuoso sviluppo dell’ipermedialità), una prospettiva che appare ormai irrimediabilmente obsoleta nel mondo delle reti. Ma essa può essere utilmente sviluppata – a mio avviso – proprio in riferimento agli archivi consultabili on line, vale a dire a quella nuova tipologia di documentazione immateriale che viene crescendo tra le mani degli storici che alla riproduzione in formato immagine dei documenti accompagna trascrizioni o edizioni critiche, strumenti informativi (regesti, descrizioni e inventari archivistici, etc.), banche dati, bibliografie, saggi e altri materiali miscellanei, come anche strumenti di ricerca sempre più affinati (motori, e softwares dedicati).

Come ho cercato di illustrare, si tratta di un insieme complesso, e assolutamente originale, di testi, dati e immagini, che non si limitano ad arricchire il documento, ma che ne determinano nuovi modi di lettura e di fruizione e che, soprattutto, richiedono una più acuta consapevolezza critica ed esegetica. Quello che intendo dire è che la discontinuità indotta da pubblicazioni digitali come quella del MAP non è data tanto dalle facilitazioni alla ricerca – dal fatto, per intenderci, che ora possiamo consultare da casa l’intero fondo con standard elevati di qualità (grazie alle facoltà di zoom, la leggibilità è addirittura migliore che sull’originale) con un’apparente impressione di comodità – ma dal mutamento che metafonti come questa ingenerano nelle pratiche di ricerca.

Quelli con cui abbiamo a che fare non sono solo riproduzioni delle fonti, ma documenti a se stanti, metafonti appunto, che dagli originali ormai si differenziano profondamente e che non possono non rideterminare, nel prossimo futuro, le pratiche della ricerca dello storico e i suoi linguaggi. Di fatto, si apre l'era della ricerca on line, su fonti con connotazioni specifiche. La consapevolezza della necessità di nuovi metodi di analisi e di esegesi è però ancora poco diffusa. E va sollecitata in ogni situazione possibile, come questa. La realizzazione del MAP on line è dunque un’occasione concreta per avviare una riflessione, individuale e collettiva, su i nuovi problemi che si stanno ponendo ai modi di fare storia. Le ricerche future sul MAP che dalla sua pubblicazione on line e da questo incontro di studio trarranno nuovo impulso non potranno non tenerne conto.

 

.

Visitatore n°: Contatore visite dal 26 settembre 2000
Copyright © 2000 - All rights reserved

.
Aggiornato al 26-11-2002