Seminario di studi nel centenario di Magnati e popolani
Firenze, 10-11 dicembre 1999

Il medioevo di Gaetano Salvemini

Dipartimento di storia
Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Firenze

con il patrocinio
Istituto storico italiano per il Medio Evo
Deputazione di storia patria per la Toscana

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Resoconti del seminario

Piero Gualtieri - Lorenzo Tanzini

 

In corso di stampa su "Archivio storico italiano".


Il Seminario di studi nel centenario di Magnati e Popolani, promosso dal Dipartimento di Storia dell’Università di Firenze in collaborazione con l’Istituto Storico Italiano per il Medioevo e la Deputazione di Storia Patria per la Toscana, ha inteso analizzare la figura del Salvemini medievista a cento anni dalla pubblicazione della sua più celebre ed importante opera dedicata al Medioevo, Magnati e popolani in Firenze dal 1280 al 1295.

La prima sessione del seminario, dedicata al contesto storiografico ed editoriale di Magnati e Popolani, si è aperta con la relazione di MAURO MORETTI su "Magnati e popolani" da Villari e Salvemini. Moretti ha presentato l'ambiente fiorentino in cui, da una iniziativa del Villari per lo studio degli Ordinamenti di Giustizia, venne concepita l'opera: un ambiente già positivamente disposto ad un tipo di storiografia fortemente interpretativa e aperta agli apporti delle scienze sociali, in contrapposizione con la storia delle grandi personalità, retaggio di vecchie impostazioni erudite. In particolare nello stesso Villari è chiara una certa sensibilità per le ricadute ideologiche e politiche del lavoro storiografico: si pensi all'attenzione con cui il suo insegnamento guardava a testi come quelli del Sismondi o del Quinet. In questo contesto emergeva nel corso del secolo l'interesse per gli Ordinamenti di Giustizia, che dopo la prima trattazione da parte del Vannucci, l'edizione del 1852 nella Storia dell'Emiliani Giudici, e soprattutto dopo la prima interpretazione villariana incentrata sulla prospettiva dello scontro tra civiltà latina e germanica, erano diventati nel comune sentire storiografico già intorno agli anni '60, e nello stesso Villari, un esempio fondamentale di svolta politica a carattere violento, necessaria tuttavia al consolidamento delle strutture politiche del comune. Prevale quindi negli anni immediatamente precedenti la pubblicazione di Magnati e Popolani, l'idea del consolidamento di un assetto politico, e non quella della creazione di un nuovo regime. Ed è da questo punto di partenza che prenderà avvio lo studio di Salvemini.

ENRICO ARTIFONI ha presentato una relazione sul tema Elementi per una storia editoriale e culturale di "Magnati e popolani" nel Novecento, facendo luce in particolare sulle circostanze della riedizione di Magnati e Popolani che Salvemini volle intraprendere a partire dal suo ritorno in Italia. In almeno tre occasioni, dal 1947 al 1955, Einaudi tentò di ottenere la pubblicazione di Magnati e Popolani, incontrando il reciso rifiuto da parte di Salvemini di autorizzare l'edizione prima di aver condotto una radicale revisione di tutta l'opera, revisione alla quale l'autore si stava dedicando con l'aiuto di Emilio Cristiani già dal '49. Morto Salvemini nel '57 , fu Feltrinelli ad ottenere i diritti per le sue opere medievistiche, non senza un lungo strascico di controversie legali con Einaudi. Il risultato di tutto ciò fu la doppia riedizione di Magnati e Popolani prima per Einaudi nel 1960, poi per Feltrinelli nel '66, entrambe condotte sul testo originale dell'opera, privo di quella rielaborazione che l'ottuagenario autore non aveva avuto modo di condurre. Quelli che Artifoni ha sottolineato come elementi fondamentali di tutta la vicenda, sono innanzitutto il fermissimo rifiuto da parte di Salmemini di consentire una riedizione dell'opera prima di aver condotto una profonda, radicale rielaborazione dei suoi stessi elementi basilari. In secondo luogo, la carte salveminiane degli ultimi anni mostrano come lo storico individuasse il nucleo centrale dell'opera, l'elemento su cui tutta la ricerca si fondava e quindi l'aspetto su cui si sarebbe dovuta operare il più radicale ripensamento, nel secondo capitolo, dedicato alle basi demografiche delle vicende socio - politiche studiate nel volume: un capitolo costruito integralmente sulle tesi demografiche di A. Loria, e che Salvemini non rinunciò mai a considerare la chiave di volta di tutta la propria opera, l'elemento di maggior forza e allo stesso tempo il nucleo più problematico della trattazione di Maganati e Popolani. Artifoni ha proseguito la relazione con un capitolo sulla ricezione dell'opera salveminiana in diversi periodi della storiografia novecentesca. Dalle recensioni a Magnati e Popolani dei primi anni del secolo emerge, al di là delle particolarità dei singoli recensori, una sostanziale comunità di linguaggi e prospettive, incentrata sull'idea della centralità dell'elemento quantitativo e normativo della ricerca storica, e quindi chiaramente in linea con la convinzione salveminiana del fondamento demografico di tutta l'interpretazione degli Ordinamenti di Giustizia. L'opera che G. Volpe svolse tra il 1905 e il '10, orientata alla critica della storiografia sociologistica e normativa, e della demografia come determinazione necessaria delle situazioni sociali, ebbe l'effetto di eliminare la demografia dal centro dell'opera salveminiana, e quindi di avviare la lettura di Magnati e Popolani come opera "scomponibile", della quale cioè fosse possibile assumere o discutere singoli contributi pur non sottoscrivendo i suoi assunti teorici fondamentali: sarà una lettura di questo genere che consentirà a Magnati e Popolani di restare un classico della storiografia di tutto il secolo, a prescindere e anzi contrariamente all'intenzione dello stesso autore, comprensibilmente piuttosto freddo di fronte ad una operazione storiografica che obliterasse quello che riteneva il nucleo centrale dell'opera. La prospettiva originata dalla scomposizione del lavoro salveminiano sarà evidentemente il presupposto per la più nota critica a Magnati Popolani, il volume di Ottokar: e si capisce, in tale ottica, il motivo per cui Salvemini non abbia mai sentito la necessità di rispondere in alcun modo a quella critica, che evidentemente non sentiva puntata al cuore della propria interpretazione.

Nelle considerazioni conclusive della sessione GIAN MARIA VARANINI ha proseguito l'analisi delle recensioni all'opera di Salvemini concentrandosi però sul periodo immediatamente successivo alla pubblicazione del volume. Anche in questo caso è emersa la centralità del fattore demografico, individuato unanimemente come il vero e proprio cuore dell'interpretazione salveminiana. Varanini ha poi ricordato la recensione di Rodolico come la più pregnante del periodo considerato, specialmente nei suoi accenni critici, sull'assenza della contrapposizione guelfi-ghibellini dalla valutazione svolta da Salvemini, sugli elementi che attenuano una netta contrapposizione socio-economica in magnati e popolani, e soprattutto sull'eccessivo economicismo dell'impostazione di Salvemini.

Nel pomeriggio la discussione si è spostata sui temi svolti in Magnati e Popolani, con tre relazioni incentrate sulle problematiche che si pongono alla più recente storiografia in merito alla legislazione antimagnatizia fiorentina e più in generale italiana.

ANDREA GIORGI ha condotto un'analisi degli appellativi usati dalla legislazione antimagnatizia per definire la famiglie oggetto dei provvedimenti penali o restrittivi delle prerogative politiche, individuando tre diversi concetti implicati in quella definizione: 1) "potentes" come sinonimo sia di potenza misurabile in proprietà e giurisdizioni, sia di tenore di vita violento; 2) "de casato", cioè appartenenza a famiglie di consolidata tradizione e articolazione; 3) "milites" cioè appartenenti al ceto della militia urbana. L'uso di tali termini trova evidentemente una serie di specificazioni a carattere regionale. Il termine potentes, ad esempio, impiegato sostanzialmente in tutte le realtà italiane, tende nell’Italia settentrionale come a Roma ad identificare coloro che possono vantare ricchi patrimoni fondiari o giurisdizioni nel contado, mentre in Toscana compare con più decisione il riferimento alla potenza "politica" acquisita da certe famiglie negli equilibri cittadini. D'altra parte Giorgi ha osservato come i magnati non vengano designati come milites né a Roma e nel Lazio, dove il termine individua piuttosto la piccola nobiltà che il ceto superiore colpito dalla legislazione popolare. L'uso differenziato di termini di identificazione (che d'altra parte è non di rado surrogato dalla compilazione di liste di magnati, a prescindere da definizioni astratte) rispecchia probabilmente la diversità delle situazioni e delle categorie sociali cui si fa riferimento: in Toscana è noto come gli Ordinamenti di Giustizia e gli analoghi provvedimenti delle altre città vadano a colpire tipologie socio-economiche piuttosto eterogenee, mentre in Lombardia e ancor più nel Veneto, così come in area romana, la legislazione antimagnatizia colpisce prevalentemente i grandi lignaggi gravitanti sul territorio, e quindi si connota come momento della conquista cittadina del contado. Una caratteristica comune dei magnati delle diverse realtà geografica pare tuttavia individuabile nel fatto che i diversi termini che designano i magnati ritagliano il ceto dirigente delle città affermatosi in certi casi già in età consolare, ma più generalmente tra fine XII e XIII secolo. Dunque le legislazioni antimagnatizie non colpiscono una classe, né un vero e proprio ceto, visto gli unici elementi di chiara identificazione in tal senso, societates militum, sono nel secondo '200 già in via di autonoma decomposizione, ma piuttosto il gruppo dirigente della città negli anni immediatamente precedenti la vittoria delle arti, portatore di valori politico-sociali (quelli incarnati dalla militia) ormai incompatibili con il nuovo assetto di poteri.

ANDREA ZORZI ha collocato gli Ordinamenti di Giustizia nel contesto dell'avvicendamento di poteri che caratterizza l'Italia comunale nella seconda metà del Duecento. L'Italia centro-settentrionale, ha osservato Zorzi, si può dividere in tre diverse aree a seconda della presenza e della centralità degli ordinamenti antimagnatizi: innanzitutto molte città ne sono totalmente prive, ad esempio Milano, Ferrara e molti centri del Lazio, altre presentano legislazioni a carattere blando, episodico o tardo, come accade ad esempio a Bergamo , Arezzo, Roma, Orvieto; il novero delle città coerentemente "antimagnatizie" si riduce quindi a non più di una dozzina di casi. Il modello interpretativo corrente sulla legislazione antimagnatizia si è quindi costituito su uno spettro di situazioni molto limitato, e d'altra canto sulla convinzione, mutuata dalle ricerche di F. Diaz e Ph. Jones, di una congiunzione costante tra signoria cittadine e aristocrazia rurale: una convinzione che mortifica l'interesse di casi in cui (come accade per i Carraresi a Padova, Della Torre a Milano, Bonacolsi a Mantova ecc…) è al contrario l'elemento mercantile a favorire l'instaurazione della signoria. Laddove comunque la legislazione antimagnatizia opera in modo più ampio ed esplicito, l'effetto della sua applicazione è quello di definire un nuovo regime, attraverso lo strumento della discriminazione negli uffici e nei tribunali. Si tratta di spiegare perché ciò sia accaduto solo in una parte delle città. Nella ricostruzione di Zorzi, si deve ricondurre l'assenza di ordinamenti antimagnatizi al fatto che in molte città quella funzione di rinnovamento del ceto dirigente tramite l'esclusione dei gruppi precedentemente al vertice della vita cittadina e la conseguente promozione di nuove famiglie, venne svolta dall'instaurarsi di regimi signorili, che coagulavano intorno alla figura del signore un reggimento diverso da quello, prevalentemente "militare" creatosi in età podestarile. Ne risulta la valorizzazione di una fase di grande innovazione politica - analoga per importanza a quella della fine del XII e inizio del XIII secolo - che si colloca grosso modo tra 1270 e 1330, e segna l'ultima grande affermazione collettiva di gruppi popolari al governo delle città : un'affermazione che avviene a seconda dei casi attraverso lo strumento antimagnatizio o al contrario signorile, al di là delle contrapposizioni che la storiografia ha segnato tra i due diversi esiti istituzionali dei regimi di popolo e dei governi signorili.

L'ultima relazione della giornata, quella di SERGIO RAVEGGI, è tornata sul tema della definizione sociale di magnate. In primo luogo Raveggi ha osservato la paritaria distribuzione delle famiglie magnatizie tra guelfi e ghibellini, giustificando quindi l'assenza di approfondimento su tale aspetto nello studio di Salvemini; secondariamente ha ricordato essere le famiglie magnatizie generalmente affermate nel ceto dirigente precedente il 1282, sottolineando così il valore della nascita del priorato come svolta fondamentale nella storia del ceto dirigente fiorentino. L'altro elemento che concorre alla definizione di magnate nel paradigma salveminiano è la proprietà fondiaria e immobiliare, per la quale tuttavia il caso fiorentino dispone solo di due fonti interessanti ma parziali, il Liber Estimationum e l'Estimo degli affitti del 1305, in via di pubblicazione: non è possibile, con una simile realtà documentaria, delineare coerenti gerarchie nella distribuzione sociale della ricchezza, ma è d'altra parte possibile definire molte delle famiglie magnatizie come tra le più facoltose della città, sottoscrivendo nelle linee generali la ricostruzione di Salvemini, fatte salve alcune imprecisioni ed errori. Altro importante aspetto è quello rappresentato dal rapporto tra magnati e mercanti: nella ricostruzione di Raveggi gli Ordinamenti segnano la fine dell'egemonia delle grandi casate mercantili duecentesche, che pagano la propria "grandigia" lasciando il campo ad una nuova generazione di mercanti (Medici, Strozzi, Alberti). Infine, nella definizione sociale dei magnati Raveggi segnala l'importanza, accanto alla partecipazione alle lotte di fazione e al tenore di vita violento, alla preminenza politica nel periodo pre-1282 e alla ricchezza fondiaria, il ruolo di componenti culturali, di mentalità e costumi sociali, il cui studio potrebbe contribuire ad una più chiara connotazione dei gruppi sociali colpiti dagli ordinamenti antimagnatizi.

A seguito di una ricca discussione delle relazioni presentate nel pomeriggio JEAN-CLAUDE MAIRE VIGUEUR ha sintetizzato le diverse letture della legislazione antimagnatizia individuando due prospettive divergenti, ma ugualmente feconde e alternativamente percorse dalla storiografia: da un lato una lettura in termini propriamente politici, che mira a collocare gli Ordinamenti antimagnatizi entro un contesto di riassetto dei poteri cittadini, rappresentata nel convegno dalla relazione di Zorzi; dall'altro un'impostazione quale quella seguita da Giorgi, e ancor più da Raveggi, orientata all'individuazione dei caratteri sociologici dei gruppi definiti come magnati.

Nella seconda mattinata i contributi proposti hanno avuto come tema l’analisi degli altri studi salveminiani sull’età medievale.

Il primo, presentato da STEFANO GASPARRI, si è occupato di saggio poco noto, la lezione sulla caduta dell’Impero romano tenuta da Salvemini all'Università di Harvard nel 1939. In quella lezione Salvemini imposta il lavoro secondo un punto di vista prettamente scientifico, non scevro da influenze di tipo positivistico: una preliminare analisi delle cause, seguita dalla discussione di sviluppi e conseguenze. La sua riflessione prende così avvio dalla vexata quaestio del ruolo dei barbari nella caduta dell’Impero: Salvemini tende a ridimensionare l’importanza rivestita dall'impatto con le popolazioni germaniche, puntando invece l’attenzione sugli elementi di depressione interni alla realtà sociale tardo-romana - una scelta che andava decisamente in senso contrario alle numerose interpretazioni, contemporanee a Salvemini, degli ultimi secoli dell'Impero come età del grande scontro etnico-culturale tra Romanità e Germanesimo. Passa poi ad analizzare, con esiti molto critici, la portata dei fattori secondari, quali il mutamento del clima, il proliferare di malattie come la malaria, il progressivo impoverimento del suolo. In opposizione alle cause di questo tipo Salvemini volge l'attenzione ai fattori di tipo culturale, sottolineando l’importanza di delineare il quadro della società romana nei primi secoli dell’era cristiana, con particolare riferimento ai suoi codici culturali, per comprendere appieno le ragioni della debolezza dell’Impero. Tende a ridimensionare, invece, l’impatto che il cristianesimo avrebbe avuto in senso distruttivo. Nella sintesi finale, Salvemini sottolinea quanto i primi due secoli siano stati assai dispendiosi per l’Impero e la sua classe dirigente; come la spirale disgregatrice costituita dalle tasse, dal ruolo crescente dell’esercito, dal succedersi continuo degli imperatori, abbia creato le condizioni della decadenza per una società agricola dalle basi economiche quanto mai fragili, vista anche l’abnorme importanza attribuita al lavoro schiavile. I barbari giungeranno infine a dare il colpo di grazia ad una società in profonda crisi, con una classe dirigente in rovina ed incapace di risollevarsi. E la caduta lascia spazio ad un medioevo dipinto a tinte fosche, retaggio, osserva Gasparri, delle idee giovanili che Salvemini mostra di non aver ancora compiutamente superato. Lavoro, dunque, quello di Salvemini, che pur tradendo influenze positiviste, ha tuttavia soprattutto il merito di mostrare l’importanza imprescindibile dell' analisi delle fonti.

Nella seconda relazione della giornata GIOVANNI CHERUBINI si è occupato del volume degli Studi storici, pubblicato da Salvemini nel 1901, e dedicato al prof. Paoli, "maestro amatissimo". Il volume raccoglie quattro saggi di argomenti molto diversi, ed è l’ultimo scritto medievistico di Salvemini - il "canto del cigno di Salvemini medievista", ebbe a dire E. Sestan. Il primo saggio ed il quarto sono dedicati rispettivamente ai Templari e alla concezione politica di Bartolo da Sassoferrato. Il secondo, dedicato al piccolo comune rurale di Tintinnano in Val d’Orcia ma in realtà impegnato a fornire concetti fondamentali per la storia dei secoli bassomedievali, dal rapporto tra signoria e società rurale al problema dell'espansione cittadina e delle sue conseguenze sul contado, ha rappresentato per molti storici un impulso a seguire il fecondo punto di riferimento della storia locale letta con la prospettiva e l'apertura problematica della "grande" storia. Nel terzo saggio, dedicato ai rapporti tra Stato e Chiesa nel XIII secolo, Salvemini pone l’accento sulla progressiva distinzione e chiarificazione dei ruoli che si definisce tra le due autorità: dal problema dei tribunali ecclesiastici a quello delle proprietà della Chiesa. Una vicenda entro la quale Firenze oscilla tra la volontà di affermare i propri interessi giurisdizionali e fiscali sul clero, e la cautela resa necessaria dagli enormi interessi economici legati ai rapporti con la Sede Apostolica. Opere "minori" dunque, ma non meno indicative della straordinaria ricchezza tematica e finezza interpretativa del Salvemini medievista.

La relazione conclusiva del seminario è stata presentata da FRANCO CARDINI, ed ha avuto come oggetto il saggio sulla dignità cavalleresca che Salvemini pubblicò nel 1896, dopo alcuni anni di ricerca in particolare sulla documentazione statutaria. Lungi dal rimanere ancorato ad una impostazione dettata dalla priorità delle fonti normative, Salvemini mostra nel saggio una spiccata sensibilità per i fattori di tipo socio-economico, che si accompagna, ed è uno dei maggiori pregi del saggio, al rifiuto di relegare la storia della cavalleria al contesto della mera storia letteraria. L’opera, che dette a Salvemini una fama immediata, individua nella cavalleria un fenomeno di natura prettamente feudale, legato a gruppi familiari di origine comitatina, strettamente legati al possesso fondiario di tipo signorile. Con il progressivo inurbarsi di tali lignaggi, con il loro calarsi in una realtà di fatto estranea come quella cittadina, e la progressiva tendenza da parte loro all’acquisizione di mentalità e codici di comportamento "borghesi", la cavalleria avrebbe finito col subire una lenta ed inesorabile decadenza nel XIV secolo. In effetti le argomentazioni e le conclusioni che vengono esposte nel saggio non possono più essere accettate ai giorni nostri: appare infatti, ad esempio, quanto mai riduttivo limitare il fenomeno cavalleresco ad una pura matrice "feudale", d’altra parte difficile da delineare, o limitare al terzo quarto del XIV secolo l’influenza che la "dignità cavalleresca" continua in realtà ad esercitare fino in piena epoca moderna. Sul piano storiografico d'altra parte il saggio può essere un valido esempio del delinearsi progressivo del materialismo salveminiano, che già vediamo operante nel profondo di questo scritto giovanile. Un saggio quindi che in tutti i suoi aspetti datati e ormai inutilizzabili, prefigura per molti altri, conclude Cardini, l’impostazione metodologica innovativa che sarà propria di Magnati e Popolani; e soprattutto mostra quanto l'opera salveminiana si presti alla "scomposizione", ad una lettura cioè che permetta l’acquisizione e l’utilizzazione di singoli elementi anche una volta storicizzata l'impostazione generale.

E proprio su quest'ultimo aspetto, su di un esempio cioè di quella lettura "scomposta" dei lavori di Salvemini, si sono concluse le giornate di studio, lasciando una testimonianza articolata e ricca di spunti della centralità dell'opera storiografica di Gaetano Salvemini, non solo come produzione originale e sempre di altissimo rilievo sui temi affrontati, ma anche come nodo fondamentale del discorso che la storiografia italiana ha svolto nell'arco di un secolo e che tuttora si trova impegnata a svolgere.

 

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